Casa Nemorense

Roma: servizi e attività. Guida ai servizi e alle imprese di Roma, mangiare, dormire divertirsi a roma

sabato, aprile 21, 2007

Non c'è niente di più pratico...di una buona teoria


Per chi ha lasciato che il Carli farcisse il suo cervello con le nozioni e i concetti tipici del
suo stile, la parola "tecnica" è una parolaccia, quasi una blasfemia. Infatti, nei discorsi, nelle lezioni e negli scritti del buon Renzo, troviamo co-occorrenze, statisticamente molto significative, di parole interessantissime associate alla "parolaccia": parole come "acritica", "fredda", "precostituita"...
ebbene, il nostro amato prof. aveva dei propositi in mente nel
proporci tali verbalizzazioni: voleva farci comprendere la differenza tra un intervento dato, pre-costituito appunto,
ed un modo di intervenire basato sulla condivisione e sulla costruzione.
Purtroppo, io credo che "the big boss" abbia commesso un errore grossolano: ci ha proposto un intervento formativo
precostituito, con un obiettivo già "dato" in mente, "dimenticando" di costruire e di convenire tale obiettivo
con noi, ma soprattutto trascurando di valutare i feedback che da noi (suoi clienti) provenivano.
Mancando di fare ciò, non aveva alcun modo di verificare se l'obiettivo venisse raggiunto o meno!
Risultati: obiettivo miseramente mancato e un numero spaventoso di studenti convinti che "tecnica" sia qualcosa da cui guardarsi bene, un eresia, guai a nominare la "tecnica"..."oh mio dio..una tecnica fredda da applicare al cliente, signore purificaci!!".
E di qui la stura ai termini sempre rigorosamente vaghi di cui straripano lezioni, laboratori, libri, appunti, resoconti...tutti uniti nella medesima fantasia che organizza il nostro modo di vivere il rapporto con l'intervento clinico :-)
Ma secondo i nostri bravi ometti-studenti-modello, l'analisi della domanda non è una tecnica?
Credo che l'errore si annidi nell'idea che ci siamo creati riguardo a cosa sia una tecnica.
Chiedo: esattamente, cosa vi viene in mente quando pensate alla parola "tecnica"?
Per tecnica troppo spesso si intende qualcosa da fare al cliente, senza che questi abbia alcuna possibilità di scelta, qualcosa che sappiamo già che faremo prima ancora che il cliente
entri nel nostro studio, qualcosa di già pronto, con obiettivi già stabiliti.
Ma cos è per voi una tecnica? Che esempi vi vengono in mente? Quali associazioni?
...cosa? non ci avete mai pensato?..ma no, non ci credo..non mi starete mica dicendo che avete solo applicato acriticamente il pensiero del Carli sensa "pensarlo"...? Non sarebbe da voi non notare
una simile ricorsività!
Lasciamo per un attimo queste divagazioni e concentriamoci momentaneamente sull'analisi
della domanda.
Secondo questo modello, lo psicologo di fronte al cliente che porta la sua domanda (e la agisce) può ascoltare le emozioni che l'agito del cliente gli evoca, usare queste emozioni come risorsa
integrandole con le categorie che la teoria gli fornisce, fare delle analogie tra quanto il cliente agisce nella relazione con lui e quanto racconta, può anche individuare dei nessi all'interno della
narrazione del cliente, può fare delle osservazioni e/o restituire al cliente eventuali ipotesi (da verificare poi col cliente, per carità), insomma può fare un tot di cose. Diciamolo meglio, assecondatemi, lasciatemi estremizzare ancora un pò:
lo psicologo sa già che farà tutte o parte di queste cose PRIMA ANCORA CHE IL CLIENTE ENTRI NEL SUO STUDIO!!
Oddio, ho bestemmiato..sto quasi dicendo che lo psicologo
alle prese con l'analisi della domanda usa una tecnica! beh, se riuscite a resistere senza che vi scoppi il cervello posso spingermi ancora oltre: il cliente, ovviamente, non vorrebbe che lo spicologo non colludesse (anzi), così lo spicologo, non colludendo, applica un metodo "al cliente" senza che il cliente ne sia consapevole o possa fare qualcosa in merito. E, facendo questo, cerca poi di individuare col cliente obiettivi che con questo possano essere condivisi, negoziati, costruiti. Gli obiettivi possibili sono diversi, lo sappiamo, e non possiamo sapere quali siano a-priori; ma badate bene, gli obiettivi possono essere tutti tranne quelli che il cliente
aveva in mente quando è venuto da noi. così, da psicologi ben formati, ci troviamo a proporre un intervento che persegue linee di sviluppo illustrateci dalla teoria ed obiettivi diversi da quelli
che il cliente ci chiede (per il bene del cliente, sia chiaro)
e cosi ci arroghiamo il diritto di sapere cosa è meglio per il nostro cliente...ma come si chiama questo??...ehmm...manipolazione? oh, no no, non può essere!!!
Mi rendo conto che non si era ancora osato esporre LA teoria della TECNICA in modo così esplicito, e
questo per qualcuno può essere uno shock. Vi invito però a pensarci un pò prima di rifiutare a-priori le mie proposte in maniera pre-costituita.
per quanto riguarda gli sviluppi dell'intervento la situazione si fa un pò più nebulosa, ma ho fede nel fatto che, prima o poi, riusciremo a comprendere i criteri che organizzano tanto l'individuazione di possibili linee di sviluppo
quanto la possibilità di individuare risorse ed integrarle.
Certo che, se ci chiediamo COME queste linee di sviluppo possano essere perseguite rischiamo di precipitare vorticosamente
nel dubbio cosmico...comunque sia, si accettano idee e spunti (a meno che l'idea non sia proposta in termini eccessivamente vaghi, cioè non si accettano idee del tipo "bisogna creare uno spazio per un pensiero su ecc ecc", ovvero qui ci chiediamo
COME, non COSA...ahh, dimenticavo, evitiamo di mettere parole come ALTRO o TERZA dopo il sostantivo cui si riferiscono, tipo pensiero altro, cosa terza ecc.)



Ps: parte il grande concorso "indovina chi": il concorso si organizza intorno alla domanda: chi sono gli interlocutori cui sono rivolte le domande dirette all'interno del post? chi cita almeno 7
nomi (e relativi cognomi o soprannomi identificativi) esatti vince una cena in casa nemorense con me, Irtimid, Nello, Kimba e, a grande richiesta, Peppe Spoto.

27 Comments:

  • ovviamente la cena vedrà me e irmirtid ai fornelli, colludete quindi "numerosi e nemorensi", dal momento che i due sopra citati hanno fama di essere cuochi provetti :-))

    By Anonymous il più nemorensico di tutti, at 11:06 AM, aprile 21, 2007  

  • Ho letto il post con interesse. Personalmente ho sempre pensato che l'analisi della domanda fosse una tecnica; una tecnica combinata con una teoria, o almeno un tentativo di fare questa integrazione (nella quale tu dichiari di aver "fede").

    Quindi non mi stupisce che lo psicologo abbia un'idea di quello che deve fare già prima di fare il colloquio: altrimenti applicherebbe una teoria senza tecnica!

    Il vero problema (e qui utilizzo un ragionamento simile a quello che hai fatto tu sul fraintendimento dovuto ai metodi di "the big boss"), è che (proprio come molti studenti che, basandosi su quanto the big boss e scagnozzi e scagnozze varie agiscono, si convincono che tecnica = demonio) dal tuo post sembra emergere un implicito: che l'analisi della domanda sia come te la mostrano. Cioè, modalità che magari sono proprie delle persone con cui hai avuto a che fare (dire "pensaci su"), sembra che tu le abbia attribuite alla teoria della tecnica, dimenticando una cosa: che l'obiettivo di chi ti ha insegnato l'analisi della domanda, forse non era solo insegnare l'analisi della domanda, ma anche ottenere gratificazione neoemozionale dal corso, alla faccia della competenza! Per non parlare di tutti quei tirocinanti, studenti da primo banco, compagni di restituzione, ecc, che utilizzano una teoria senza tecnica, senza riscontro di realtà, ancora per ottenere gratificazione neoemozionale.. o magari per coprire le proprie mancanze, piuttosto che ammettere "non so che fare".. perché il duca e chi per lui ci mostra che bisogna sempre essere carismatici e sicuri di sé, a prescindere dal raggiungimento o meno degli obiettivi.

    Volendo il riscontro di realtà si trova pure.. il problema è che la gente dice di fare una cosa (analisi della domanda) e invece ne fa una diversa (pippa mentale).
    Per esempio, il libro dice che l'obiettivo è sviluppare un "pensiero su". Giustissimo. Il problema non è questo, ma è che troppe persone confondono "sviluppare un pensiero su" con dire "pensaci su", dimenticando che se "pensarci su" fosse così facile - e senza bisogno di definizioni operative - non ci sarebbe alcun bisogno di andare dallo psicologo! In altre parole, dire "pensaci su", spesso è come mettersi al di fuori dalla psicologia, dalla competenza. Invece "sviluppare un pensiero su" è una cosa molto complessa, che richiede di capirci qualcosa della situazione, di se stessi, dell'altro, del problema sia nei suoi aspetti emozionali che materiali, in modo da FACILITARE un processo di pensiero, insomma è un obiettivo metodologico e non una premessa dogmatica. Veniamo al "come": può essere necessario stare in silenzio, attingere con la memoria ad altri casi ed esperienze simili a quelle raccontate, metterci fantasia, mettersi a cantare, corrugarsi, insomma "comunicare emozionalmente" e non solo dire!

    Un'altra cosa: l'analisi della domanda non dice di sostituirsi agli obiettivi del cliente, ma vuole proporre un metodo (il pensiero emozionato) per raggiungere gli obiettivi del cliente in cui però siano state disinnescate le trappole emozionali. Per far ciò serve però la disponibilità a cogliere la domanda, ad implicarvisi, per poterla elaborare. Quando professoroni universitari (e chi li scimmiotta) rifiutano e disprezzano sistematicamente la domanda del cliente, non stanno facendo l'analisi della domanda: stanno parandosi il culo. (N.B. mentre dico questo, sto facendo l'analisi della domanda su un caso concreto: ti sto mostrando "come") Basterebbe che, al posto di dire "pensaci su", dicessero "non me ne importa nulla, non mi va di lavorare con te e con la tua domanda". Sarebbe diverso. Ma più onesto.

    Quindi razza di scassapalle che altro non sei, di che vai blaterando, insomma che minchia vuoi? (modo emozionato e che spera di essere efficace per restituirti questa ipotesi: "La tua domanda è provocatoria e senza sbocchi finché agita in questa forma").

    Cioè, senza un caso clinico, non ha senso dirti "come" fare.. Dov'è che vuoi usare l'analisi della domanda? Per quale cliente? In quale contesto? Se definisci queste coordinate (e quindi ti implichi), allora possiamo anche trovare il "come". Viceversa il "come" non significa niente.

    Ti invito perciò a proporre un caso. Per esempio potrebbe essere quello dell'esame di disagio adolescenziale che hai fatto tempo fa. Oppure qualcuno dei casi esemplari della PNL. Oppure qualche caso di cui hai sentito parlare in qualche tirocinio. Oppure un cliente che immagini di incontrare in una situazione professionale, inventato. Insomma, se vuoi il "come" (modelli di comportamento, se ho immaginato bene), presenta un caso e possiamo parlarne.

    Questo non per negare il tuo obiettivo (individuare un "come") ma per prendere le distanze da quella trappola autolesionistica - evidente nella tua proposta - che lo farebbe fallire. Se infatti la prima parte del mio commento ti fosse sembrata "teorica", fatta di belle parole, sappi che hai raccolto quello che hai seminato nel proporre un problema che, senza un caso concreto, è insensato...

    Collusivi meta-saluti,

    Santo Subito

    By Anonymous santo subito, at 2:41 PM, aprile 21, 2007  

  • Dimenticavo: ho anche pensato che forse tutto questo discorso (il post) si propone come una sorta di tentativo di intervento nei confronti di chi ci forma; un applicare l'analisi della domanda nei loro confronti, nell'ottica che sia possibile "sviluppare" la loro capacità di insegnarci, di formarci.

    Peraltro ciò viene da "noi" fatto nello stesso modo in cui "loro" fanno con "noi": non colludendo.. e basta, senza riuscire a intervenire in modo incisivo sulla relazione. Forse sperando che la denuncia richiami "loro" a un comportamento più competente. Come a dire "guarda, ti mostro che non raggiungete gli obiettivi, che cavolo aspettate a cambiare strada?". Pare non funzioni. Io stesso ci ho versato diverso sangue, ma risultati pochi. Loro ti rispondono "tu pretendi, tu provochi", come se fosse una punizione (quindi un ribadire il potere), nonché un modo per mettersi al riparo dalla committenza. Sembra funzionare di più il detto "chi ha più buon senso lo usi" (triste in psicologia affidarsi al buon senso, quasi non fosse nemmeno una scienza..) cioè tu fai il tuo sporco lavoro, anche quello che non fanno gli altri, e poi spera! In altre parole, tu trova un modo per uscire da questa situazione disfunzionale e portalo nel contesto universitario, così i professori e gli studenti degli anni successivi potranno usufruirne! Sembra essere questa la domanda rivoltaci dalla facoltà. Una linea di sviluppo sarebbe riuscire a renderla esplicita, in modo che discuterne non sia più stigmatizzato come "incompetente agito neoemozionale" ma sia invece parte della verifica del processo universitario. In modo, quindi, che anche il potere abbia un limite e non si trasformi in una dittatura. (a proposito, avete notato gli insegnamenti della specialistica - es. psicologia delle dipendenze - esportati e accentrati sotto la cattedra carliana?)

    By Anonymous santo subito, at 7:21 PM, aprile 21, 2007  

  • 1)1 big five
    2)2 big five
    3)3 big five
    4)4 big five
    5)5 big five
    6)federico leone
    7)valerio

    By Anonymous un affamato, at 9:32 PM, aprile 21, 2007  

  • cenciò, mi sarebbe piaciuto confrontarmi cn te sul caso del necrofilo... come mai questo silenzio? e adesso vieni a reclamare un caso?
    cmq, mi trovi abb. d'accordo. L'analisi della domanda nn è affatto da buttare, certo non va assolutizzata e probabilemnte necessita di integrazioni "tecniche" (probabile che non sia il miglior approccio in ogni caso).
    E' comuqnue davvero deprimente notare che, come hai detto tu, la formazione sia neoemozionalità fino all'orlo... vedere i tuoi potenziali "mentori" sputtanarsi a quel modo è a dir poco svilente.. le eternative immediate sono o la collusione stile prima fila o il rifiuto...
    Un lavoro di apprendimento e sintesi non è certo facile, ma credo che alla fine se ne possa trarre qualcosa...
    chi vivrà vedrà...

    By Anonymous Irtimood, at 9:40 PM, aprile 21, 2007  

  • Ciao a tutti...
    seguo il vostro simpatico e interessante blog da quando e' nato e una vostra amica mi ci ha indirizzato...
    saluto il roberto cenciotti, karo ed odiato amiko dai mille nick...
    volevo chiedere una kosa..
    se il circolo carliano non ci avesse dato la possibilita' di metterlo in diskussione, kome sarebbe stato possibile anke per noi fare la ricerca l'anno scorso, ricerca nella quale tra l'altro e' venuto proprio fuori un RC che indirizzava proprio al metterlo in diskussione?! Cioe', vojo di, e' anke lo sguardo critico a questo RC ke ci stimola a metterlo in diskussione, no?! E anke a dare una netta konferma ke si e' nell'idealizzazione piu totale nel nostro korso...
    e allora ke si fa?! ke ce ne facciamo di tutta sta gente persa nell'idealizzazione?! kontinuiamo a denigrarla rinfacciandogli di non kapirne un kazzo di quello ke e' veramente l'analisi della domanda?!
    penso al kontrario ke potrebbero esserci altre alternative...
    faccio queste domande affinke' ne nascano questioni, non chiusure.
    hasta la vista,
    Barnabo

    By Anonymous Paolo Costantini, at 12:36 AM, aprile 22, 2007  

  • ciao barnabo...
    mi dispiace che, seguendoci da sempre, partecipi solo ora.. comunque:
    "e allora ke si fa?! ke ce ne facciamo di tutta sta gente persa nell'idealizzazione?! kontinuiamo a denigrarla rinfacciandogli di non kapirne un kazzo di quello ke e' veramente l'analisi della domanda?!"

    il punto è questo: il "metodo carli" genera praticamente 2 categorie di studenti:
    1)quelli che "idealizzano"
    2)quelli che criticano.

    In questo contesto c'è una terza chance, ovvero prendere dall'analisi della domanda il massimo che può offrirci, nella consapevolezza che quel massimo non è solo una piccola parte degli approcci esistenti in psicologia, approcci di cui è comunque bene saperne altrettanto che dell'analisi della domanda.

    Io non credo che RC faccia i suoi corsi con l'idea di portare il massimo di persone a questa terza via, sarebbe comunque un metodo "meschino" per lasciare fuori tutte quelle persone che non arrivano a vederla e vanno a sbattere nell'idolatria insensata...
    E cmq lo stesso carli ci ha disincentivati fortemente a fare un "patchwork" della nostra formazione.
    Per patchwork credo proprio che intendesse una sintesi tra più approcci che va a diventare il NOSTRO approccio. Ecco, secondo lui ciò è sbagliato. D'altro canto secondo me il patchwork, ovvero la terza via, è il modo migliore di formarsi in quanto, possedendo più strumenti, viene spontaneo guardare ai problemi da più prospettive, quindi si evita di incaponirsi su una sola, magari, ogni tanto, sbagliando.

    By Anonymous Irtimid patchwork, at 12:03 PM, aprile 22, 2007  

  • Insisterei sul "metodo Carli" menzionato da irtimiD. Questo è un metodo fondamentalmente provocatorio, volto a stuzzicare le menti degli interlocutori per destabilizzarli e a scatenare una reazione (spesso di incazzatura), che possa essere analizzata secondo le sue categorie. E' un metodo che attira molto l'attenzione e che genera, per l'appunto, due generi di studenti:
    1)Quelli che idealizzano e che lo credono un Dio, ripetendo pedissequamente il suo Verbo.
    2)Quelli che criticano, che si oppongono a tutti i costi al suo pensiero.

    Tempo fa ho detto di quanto siano entrambi due categorie che mancano di spirito critico, le prime perchè lo copiano in modo sterile e quasi squallido; le seconde vi si oppongono con intransigenza, un comportamento destinato al fallimento e inutile in questo corso: essendo un corso di laurea presieduto da Carli, in questo corso, a parte alcune "riserve indiane" di altri modelli (vedi i Lombardi, la Francescato e la Falcone ecc), ci sta solo l'Analisi della Domanda e rifiutare questo modello, quando essenzialmente è l'unico che ci viene proposto in maniera esauriente, è masochista.

    Tuttavia, è proprio questo il genere di studenti che vuole Carli. Dei cretini indottrinati, questo lui vuole, mentre, chi si oppone a ogni costo, se la caverà male perchè avrà avuto una formazione scarsa e scarsi voti. Perchè questo è l'unico modo di mantenere a lungo il suo cazzo di modello, in modo che quando andrà in pensione questo corso rimanga fedele a lui, fedele all'ADD. Da una parte ci piazza la Paniccia, legata a lui per ovvi motivi, poi ci piazza la Sesto, che è la sua versione femminile e che, anche se nn lo fosse, non mi sembra molto più giovane, quindi non se ne andrebbe molto tempo dopo lui. Grasso e Montesarchio non sono pericolosi, anche se dopo di lui volessero mettersi in proprio e fondare modelli autonomi, non darebbero problemi, perchè non sono molto interessati a questo corso di laurea triennale, si occupano più volentieri del loro posto alle scuole di psicoterapia. La Battisti, tutti abbiamo visto che è una deficiente, che nel suo ristretto vocabolario, metà dei vocaboli glieli ha insegnati lui.
    Qui si parla di potere, un potere che, competente o meno, Carli vuole mantenere anche quando sarà in pensione, avendo riempito il suo corso di tanti Carlettini, fedeli a lui per obbligo, per convenienza o perchè troppo stupidi da pensarla diversamente da lui.

    La terza chance di irtimiD (molto somigliante alla "terza cosa" se notate) è l'unico modo che abbiamo per riuscire a mantenere l'autonomia critica. Dobbiamo fare in modo che l'ADD occupi solo una parte del nostro cervello, il resto lo riempiamo con teorie e tecniche di altri modelli, in modo di avere una visione più completa della psicologia, non monotematica come quella che ci sta offrendo il pelatone. Inutile dire che l'ADD la dobbiamo studiare, sarebbe da idioti rifiutarla in blocco per principio, negando i suoi punti forti. Per ora ci sorbettiamo le cazzate varie che ci propina, sperando di trovare tre secondi di tempo per leggere qualcosa al di fuori dei libri che ci rifilano all'uni e poi, quando avremo la cazzo di laurea, potremmo fare quel che ci pare con la nostra formazione.

    By Blogger Tancredi, at 4:22 PM, aprile 22, 2007  

  • Correzione: secondo la definizione carliana, se ben ricordo (e nn mi va di ripescare il libro!), potere incompetente è proprio quello che mira al suo mantenimento senza preoccuparsi del prodotto. Quindi Carli, se è vero quello che ho detto, è potere incompetente allo stato puro!

    By Blogger Tancredi, at 4:30 PM, aprile 22, 2007  

  • ..."E cmq lo stesso carli ci ha disincentivati fortemente a fare un "patchwork" della nostra formazione.
    Per patchwork credo proprio che intendesse una sintesi tra più approcci che va a diventare il NOSTRO approccio. Ecco, secondo lui ciò è sbagliato."...
    ma a noi ke ce ne importa?! l'inkazzarsi e lo skornarsi kon lui sarebbe proprio un'idealizzazione, non kredete?!
    voglio dire...una volta ke kon sguardo kritico ci si e' akkorti di eventuali punti kritici, penso sia utile lavorarci su per provocare effettivamente una crisi...
    una crisi non penso si produca alzando la voce o versando sangue kome il bob (ma anke io ne versai)...
    d'accordo con il cencio, ritengo sia utile contestualizzare il problema in rapporto a qualla ke e' l'organizzazione nella quale siamo inseriti...nell'ipotesi ke, e qui sono in disakkordo con rob, i primi a usufruirne siamo proprio noi...
    infine mi piacerebbe ke si sviluppasse una riflessione sull'espressione "possedere strumenti"...in linea d'altronde con l'artikolo ke si sta kommentando...
    hasta la vista,
    Barnabo

    By Anonymous alias Barnabo, at 4:53 PM, aprile 22, 2007  

  • noto con molto piacere che si è aggiunto al gruppo anche paolo costantini, mio tenace oppositore su Con.Te.Sto.Attivo..benvenuto cost..

    io credo che tra i commenti siano emersi diversi punti di grande interesse che permettono tanto di guardare il problema da angolazioni diverse quanto di intravvedere "linee di sviluppo" sostenibili e -soprattutto- concrete.
    in particolare il primo commento del nipote del metazio (bob) è ricco di idee che riguardano punti di integrazione tra il problema proposto, il desiderio di capirci di più, la formazione universitaria e la possibilità di sviluppare una competenza.
    nello specifico trovo interessantissimo il discorso sulla differenza tra "pensiarci su" e "creare lo spazio per un pensiero su".

    ps1: bob, ancora co sto caso dell'esame di disagio...?
    e cmq, quando parlo di "come" mi riferisco alla capacità di tradurre l'idea di ciò che dobbiamo/vogliamo/possiamo fare in ciò che facciamo. non credo che scrivere un caso clinico sia sufficiente per poter illustrare cosa uno psicologo può fare. ad ogni modo voglio darti una possibilità, adesso non ho tempo, ho un treno che mi aspetta, ma domani potrei proporre il caso...ok?

    ps2: a proposito, mi raccomando non mancate di seguire le discussioni sul blog:
    http://contestoattivo.iobloggo.com

    ps3: per l'affamato
    per i big five ci siamo ma voglio i nomi...per valerio e fede non hai capito un cazzo :-)

    By Blogger Francesco, at 8:54 PM, aprile 22, 2007  

  • La tentazione di mandare tutta l'analisi della domanda a puttane,può essere molto presente, soprattutto a seguito dell'ultimo incontro con la Sesto,ma attenzione, spunti intelligenti in questa proposta ce ne sono senz'altro. Secondo me il problema teoria tecnica è in realtà un falso problema, che rimanda alla necessità di capire il "come" di cui giustamente si parla. Io non penso non esisti un come, ma si voglia, da parte dei docenti,far sviluppare una capacità autoriflessiva, per potere lo studente arrivare da solo a capirlo.Un pò come l'arte della maieutica di Socratica memeoria. Queato in teoria. Poi ne passa parecchia di differenza rispetto a ciò che vediamo a lezione. Argutamente Francesco nota che anche questo è comunque simile ad avere una tecnica, o un obiettivo prefissato. Io direi, se proprio vogliamo, si. E' possibile un accostamento, ma a mio avviso questo ci porta a creare degli antagonismi fra diverse metodologie nella psicologia, che non ci aiutano a comprendere ma solo a frapporre. A mio avviso ciò che non va nell'analisi della domanda è l'eccessiva rigidità metodologica con la quale ci viene proposta, che può arrivare al punto di essere incapace di discernere un chiarimento, da una neomezione di pretesa, immersa com'è nella sua narcisistica autoreferenzialità. Un buon modo di accorgersi di quanto detto, può essere quello di seguire l'analisi della domanda proposta da grasso and company. Mitico!
    P.S.
    Era da tanto che non scrivevo. E' bello riesserci.

    By Anonymous FEDE... il leone, at 1:23 AM, aprile 23, 2007  

  • tutt'a un tratto, non ci capisco più un cazzo... ahahahh

    By Anonymous quello della notte, at 2:17 AM, aprile 23, 2007  

  • L'analisi della domanda non so cosa sia: una tecnica, un modo, un mezzo, uno strumento... Penso piuttosto che sia un modo diverso per interpretare quello che un cliente ci dice...

    Il problema della volontà e della manipolazione a parere mio è il nodo centrale della questione: con quali ipotesi si parte? Con il fatto che il nostro cliente sa bene ciò che vuole e lo esprima con precisione? Perchè se è così credo che l'analisi della domanda abbia poco senso di esistere.

    Se crediamo, insomma, (e qui mi spingo sul terreno della Provocazione, ovviamente con la P neoemozionale maiuscola) che il cliente si rivolga allo psicologo perchè ha già individuato le sue aree di interesse con estrema precisione, le esponga allo psicologo e lo psicologo appunto "a domanda risponde"... mi chiedo io, ha ancora senso di esistere lo psicologo?

    Spero di essermi fatto capire...

    By Anonymous Il Faggiano di Via dei Marsi..., at 9:42 AM, aprile 23, 2007  

  • 1
    bentornato fede

    2
    per il fagiano:
    sono d accordo con te solo per il 33 %.
    se assumiamo che il cliente abbia già le idee chiare, non credo si possa dire che lo psicologo non abbia piu senso di esistere.
    ammesso che il cliente che ci propone già un obiettivo (domanda di mutamento preordinato, per intenderci) sia nel giusto (lo so, non faccio che dire bestemmie stì giorni)in fondo ci sta chiedendo aiuto. evidentemente
    o vuole un cambiamento e non sa COME fare (gira e rigira, ahimè, sempre lì andiamo a finire); oppure quello che vuole forse non è proprio così appropriato per lui e -infatti non riesce a realizzarlo- e lì lo spicologo attua il suo intervento (ma quest' ipotesi a ben guardare ci riporta dritti verso l'analisi della domanda).
    se invece diciamo che il cliente prta una domanda che è solo una parte del suo vissuto emozionale agito allora la tua analisi manca di un ingrediente: come cazzo lo gestiamo quest intervento?
    siamo sempre lì...
    la teoria c è.
    la teoria della tecnica pure pure ce la facciamo stare: non si collude, si cerca di comprendere la proposta relazionale ecc ecc.
    purtroppo la tecnica latita!!
    infatti il passaggio da teoria della tecnica a tecnica non è poi cosi immediato...e già mi sembra di sentire cecilia che dice: " e menomale...à madosca" :-))

    By Anonymous antonello, at 4:47 PM, aprile 23, 2007  

  • vorrei aggiangere ancora due cose:

    1) si fa un gran parlare di teoria della tecnica e persino un cervello come quello di bob è caduto nel tranello tanto da ricordarci come questa definizione
    significhi che la tecnica vuol essere orientata dalla teoria -cioè deve avere una teoria alle spalle come suo fondamento- e soprattutto come parlare di teoria della tecnica in analisi della domanda significhi il tentativo e l'invito ad integrare i due aspetti.
    ora, io mi chiedo: ma perchè, credete forse che gli altri approcci psicologici non abbiano una teoria a partire da cui si fonda la tecnica?
    tutte le scuole psicologiche partono da una teoria!
    secondo me, il fatto che il Carli insista così tanto su questo aspetto è che per lui è importante che noi riusciamo a comprendere come riflettere sulle cose prima di lanciarci sul carrozzone della teoria e della pratica, dato che molte teorie psicologiche si lasciano ingenuamente imbrigliare nel senso comune o nei corridoi labirintici delle aspettative e del mandato sociale(come ad esempio l'assimilazione dello psicologo al medico o ancora, il concetto di guarigione ecc) mentre Renzo propone di mettere in discussione questi ed altri concetti dati per scontati.
    purtroppo in facoltà si parla molto di mettere in discussione tutto ma spesso non ci si rende conto che anche ciò che ci viene proposto può (o deve?) essere discusso.

    2) a ben vedere, teoria, teoria della tecnica e tecnica
    possono essere ricondotti, rispettivamente, a:
    - perchè
    - cosa
    - come.
    inutile dire che il perchè è un pò un credo, alla faccia di chi dice che l'add a differenza di altre scuole (quali, se mi è permesso chiedere?) non impone un credo...che coglioni!!

    By Anonymous anto nello, at 5:03 PM, aprile 23, 2007  

  • Conosco bene il modo in cui bob tratta le critiche, per lui sono manifestazioni d'amore, love story, come quella in cui ci siamo lasciati prendere col carli.
    So quindi che dopo questo commento probabilmente si convincerà che ho una cotta per lui, mi dispiace deluderti bob, ma non sei il mio tipo ;)

    Santo subito scrive:

    "Invece "sviluppare un pensiero su" è una cosa molto complessa, che richiede di capirci qualcosa della situazione, di se stessi, dell'altro, del problema sia nei suoi aspetti emozionali che materiali, in modo da FACILITARE un processo di pensiero

    Strano, ma queste parole risuonano MOLTO familiari! Non che ripetere i prof sia sbagliato, magari è poco origniale. Ce le ripetono tutti i santi i giorni dalla mattina alla sera. Certe volte penso che prima o poi mi convincerò della loro verità anch'io, sotto il peso del martellamento disumano a cui siamo esposti.
    Il punto è però un' altro. Per chi fosse ancora immune dal lavaggio del cervello operante, invito a
    fare questa riflessione. Questo genere di affermazioni, se ci si sforza a guardarle un attimo dal di fuori, non dicono assolutamente nulla! Sono vuote! Sono deficienti(di una scientificità ovviamente)
    "Capirci qualcosa di se stessi e dell'altro", "facilitare un processo di pensiero", " è una cosa molto complessa!( e la buona cecilia direbbe" e meno male!"). C'è una tecnica, di sicuro implicita e incosapevole, che sta dietro queste formulazioni vaghe.
    Sapete gli psicologi come spiegano gli orscopi? Una personalità per poter essere "indossata" da diverse persone deve necessariamente essere raccontata con un linguaggio vago, in modo da avere le sembianze di un profilo personale, nel quale ciascuno di noi si possa identificare.

    Le affermazioni vaghe sono rassicuranti, dicono gli psicologi, per questo siamo portati a prenderle e a crederci. Per questo suonano tanto bene. Perchè dicono tutto e niente. Perchè comunque sia ci danno soddisfazione ( o per chi sa cos'è la scienza frustrazione)
    Il mondo scientifico si è faticosamente discostato dal mondo della superstizione della magia e degli oracoli, (sempre vaghi ma quasi sempre veri!). Qui invece molti prof (non tutti per fortuna) ce la ripropongono a oltranza. Ogni definizione che si presta a un'infinità di possibili significati non è una definizione! Capisco benissimo che in psicologia è difficile adottare un paradigma scientifico, ma la nostra formazione non si costruisce sull'opinabilità e sulla soggettività più cieca.

    Dice Santo subito:
    "il problema è che la gente dice di fare una cosa (analisi della domanda) e invece ne fa una diversa (pippa mentale)."

    Questo è il risultato! Se non c'è una definizione chiara di analisi della domanda( e di ogni altro concetto) il rischio è che io mi faccio la MIA personale idea di analisi della domanda(pippa mentale) Cenciotti la SUA(che reputa però la vera e GIUSTA),

    "Capirci qualcosa della situzione" è la frase più emblematica di questo mondo di fate e di folletti.

    E' facile farsi suggestionare...

    By Anonymous Kekko, at 8:52 PM, aprile 23, 2007  

  • Certo che ce ne è voluto per tirarlo fuori sto benedetto problema della tecnica. Ammazza eh...

    By Anonymous cecilia sesto, at 9:49 PM, aprile 23, 2007  

  • l'intervento di kekko mi pare molto interessante, e devo dire convincente.
    Leggendo le sue righe non ho potuto "non sentirmi d'accordo".
    Eppure in questi giorni mi ritrovo a pensare al paradigma di complessita, e mi rendo conto che solo ora inizio a digerirlo un pò...

    Forse cercare in psicologia una teoria troppo tecnicalista ci porta ad un approccio riduttivo sull'uomo , d'altro canto il problema della vaghezza è sentito e ci fa sentire spaesati.
    A tal proposito un parallelo che mi viene in mente riguarda l'infanzia (o la prima adolescenza), periodo in cui si iniziano a vedere i primi coetanei con la ragazzetta e si inizia ad inferire una qualche tecnica, una qualche procedura, che possa portare anche noi a sperimentare interessantissime esperienze come un bacetto, una palpatine, il bondage, il sadomaso e, perchè no, proprio la necrofilia.
    In realtà, quando poi la pischella ce l'hai veramente, ti rendi conto che non hai propriamente usato una tecnica... le scelte, "come dirglielo" o farglielo capire sono state sofferte e piene di insicurezza, al massimo ci può riuscire di capire a posteriori che le nostre azioni che hanno portato ad un abbordaggio vincente possono essere ricondotte ad un profilo tecnico, profilo che comunque ignoravamo o di cui non ravamo sicuri nel momento di usarlo.
    E non che questo approccio sia proprio di un'età infantile: ad esempio tempo fa tancredi pascucci la mentava sul suo messaggio personale di messenger un'assenza di istruzioni nelle donne: è esattamente la stessa cosa.

    Ora, il problema è stabilire se la psicologia, scienza della mente dell'uomo che studia la mente dell'uomo, possa porsi come obettivo una tecnica ben definita ed universale, o sia un pò come con le ragazze.....

    In quest'ultimo caso l'analisi della domanda è efficace forse per capire "se una ci sta", ma nel frattempo è come essere nudi (che non sarebbe proprio male se non fossimo anche), brutti e senza un mazzetto di fiori in mano.
    In pratica ci manca quel minimo di tecniche che, pur non infallibili, permettono potenzialmente il compimento del nostro lavoro.

    Forse borat può farsi pamela, forse ciò che gli mancava era una buona teoria, e una buona tecnica.
    Certo che la teoria del sacco nuziale è proprio da cognitivismo spinto... secondo me borat viene dal winsconsin. Un saluto a tutti da RC

    By Anonymous irtimood, at 8:24 AM, aprile 24, 2007  

  • correggo winsconsin in wisconsin.....
    ecco perchè non ero mai riuscito ad andarci..... :D

    By Anonymous irtimood, at 9:30 AM, aprile 24, 2007  

  • ok bob.
    proviamo a capire questo maledetto COME tramite un caso clinico.

    Siamo in un consultorio familiare, quindi una struttura associata ad una ASL.
    Si presenta dallo psicologo una donna di circa trent'anni.
    Dice di essere sposata da poco piu di un anno, e di avere un bambino di 5 mesi.
    Il motivo per cui dice di essere andata dallo psicologo è che, da qualche mese, si sente intrappolata dalla relazione col marito. Fino a pochissimo tempo prima, le sembrava tutto molto soddisfacente, aveva un marito che amava ed un bambino che la riempiva di gioia, trovava molto bello e arricchente prendersi cura del bambino insieme al marito.
    Di recente però, tutto questo sembrò svanire. Non si sente più attratta dal marito e fantastica di avere una relazione nuova, con un altro uomo. In realtà, confessa, un altro ci sarebbe, ma si sente intrappolata dalla presenza del marito ed inizia a pensare di aver commesso un terribile errore a sposarsi ed avere un figlio con lui.
    Chiede allo psicologo di aiutarla, chiede cosa può fare in questa situazione e non vede l'ora di risolvere questo suo problema perchè proprio non ce la fa più.

    By Blogger Francesco, at 1:04 PM, aprile 26, 2007  

  • salve a tutti,
    nemorensici e spagnoli dai 1001 nick!

    premetto che mi dispiace molto per il necrofilo, spero che non si sia offeso per la mia assenza.. e poi non mi pare il caso di mettere dei necrofili in giro, dopo quello che purtroppo è successo al carissimo collega paul watzy.

    in realtà, antonello e irtimid, non sono venuto a reclamare un caso o a pretenderlo (strano che l'abbiate vista così), ma ho proposto un ventaglio di possibilità utili, tra le quali il caso stesso, utili intendo per tutti, per la causa comune. utile in particolare per il checco, che così forse la smetterà di frignare che certi discorsi e parole sono vuote e generiche...

    allora, la teoria della tecnica.
    ho qualcosa da chiarire con l'autopoietico: già antonello, mi sfugge il tranello in cui il mio cervello sarebbe caduto (perdonatemi la verve letteraria: 3 rime in una frase!).. la teoria della tecnica non è un modo per mettere insieme teoria e pratica, in stretta integrazione? che tranello c'è nel dire questo? (n.b. non ho parlato mica di "tecnica orientata dalla teoria", ovvero postulare una teoria, metodologicamente scissa dalla tecnica, che però la giustifichi concettualmente.. cioè ciò su cui tu costruisci il resto del commento.. ho parlato invece di tentativo di integrazione, magari circolare aggiungo, tra i due aspetti..)

    riguardo la critica del checco, la trovo piuttosto sterile e banale; una critica deficiente (di qualsiasi uso di capacità intellettive).
    mi spiego:

    dice il checco che le affermazioni vaghe sono rassicuranti, e porta come esempio alcune mie frasi, dicendo che esse non dicono nulla, che sono generiche e quindi prive di scientificità, proponendo infine tale ipotesi della rassicurazione quale movimento emozionale.
    che vecchio volpone.
    già, ma il contesto?
    se avessi letto i commenti anziché prendere delle frasi che ti facevano comodo (in quanto singole frasi, facilmente riconducibili all'unico profilo di personalità generale che conosci: il ripetitore del verbo.. unico eccetto il criticone rompipalle, si intende) ti saresti accorto che già io stesso avevo affrontato il problema della vaghezza delle mie affermazioni, mettendolo in relazione alla vaghezza del problema proposto con il post. non solo: ho anche fatto una serie di proposte proprio per ridurre quella vaghezza (e quindi l'eventuale rassicurazione che questa comporta), tra le quali quella del caso clinico.
    insomma, ignorare questa costruzione di senso ed estrapolare qualche frase per far vedere che sono un modo per restare nel vago e nel rassicurante è un'operazione decontestualizzata. è imporre un'ipotesi che già è stata smentita dai dati.
    forse ripeti a pappagallo alcuni modelli di comportamento appresi da tirocinanti vari o da tutti quegli psicologi che, anziché tener conto della complessità di un fenomeno, preferiscono mettersi al riparo dalla variabilità, isolarne un aspetto, sintomatico di qualcosa, ed applicare la propria tecnica (nel tuo caso, come nel caso di molti tirocinanti, far finta di niente, ignorare quanto portato dall'altro e dire quelle poche cose che si sanno dire, tipo "pensaci tu" oppure "sei poco originale"): un'operazione vista e rivista, priva di qualsiasi originalità.
    proprio tu, banale ripetitore del verbo... ahahah...

    By Anonymous santo subito, at 9:52 PM, aprile 29, 2007  

  • riguardo il caso, nel tentativo di utilizzarlo per dare sostanza ai discorsi fatti fino ad ora, propongo questa domanda:

    vi chiedo se secondo voi, per intervenire sul caso proposto, sarà utile e sufficiente dire la seguente cosa:
    "non mi deleghi la sua capacità decisionale.. ci pensi su!"
    e, similmente, se sarà utile e sufficiente rinnovare l'accusa di delega e l'invito a pensarci su ogni qual volta la donna mostri segni di agito.. secondo voi, che strada potrà prendere un intervento così condotto?
    che informazioni da sullo psicologo?
    ci sono altre alternative?

    By Anonymous santo subito, at 9:58 PM, aprile 29, 2007  

  • senzaltramente bob,

    1)
    il tranello in cui cadi è quello di credere che sia solo l'analisi della domanda che propone questa integrazione (ma sei sicuro di aver letto quello che ho scritto?) mentre le altre teorie/approcci no!
    io dico che tutte le teorie psicologiche fanno questa operazione.

    2)
    per il caso, mi sembra opportuno proporre la riflessione cui ci inviti con la tua domanda, e sono sicuro che sia solo un primo passo da parte tua. aspetto che arrivi il momento in cui potrai parlare non solo di cosa lo psicologo non dovrebbe fare ma anche delle possibilità concrete che ha.
    per di più, limitarsi a proporre una frase ci catapulta nuovamente nella vaghezza...cioè: questa frase come potrebbe essere detta?, con quale intonazione? con quale espressione sul viso? ecc. ecc. in se stessa la frase magari non è da buttare, e questi sono solo alcunii dei motivi per cui non credo sia granchè funzionale tentare di arrivare ad una comprensione del COME tramite un caso clinico.

    By Anonymous anto-nello, at 4:56 PM, maggio 01, 2007  

  • Evito di continuare la polemica con bob, perchè credo che leggendo il suo post sia chiaro a tutti che per adesso riusciamo soltanto a bonfonchiare qualche vaga e rassicurante definizione del nostro eventuale lavoro.

    Passando all'azione vera e propria, (all'analisi della risposta se vogliamo chiamarla come ho provocatoriamente fatto qualche tempo fa) cerco di analizzare una frase come quella portata da bob( sapendo in anticipo che la reputa inappropriata, ma valga come esercizio ):"
    "non mi deleghi la sua capacità decisionale.. ci pensi su!"
    Per cominciare direi che "ci pensi su" è una frase che nel senso comune ha un significato completamente diverso da quello che intendiamo noi nella nostra setta.
    E' una frase presa in prestito dal repertorio retorico del predicatore di turno o dall'amico che dispensa consigli, dal genitore, dal prete, dalla fidanzata ecc.
    Indi per cui credo che sentirselo dire da uno psicologo, al quale il cliente attribuisce professionalità nello scegliere le parole da dire, sia una mossa sbagliata.
    Penso che una frase del genere possa suscitare frustrazione e rabbia e pensieri del tipo" Non credi che se è un problema così grave non ci abbia già pensato su?! Ma per favore! E tu saresti uno psicologo?"
    Oppure" Tutto qui? Basta pensarci su? Bene ci ho pensato!"
    D'altronde mi sembrerebbe grottesco cercare di recuperare proponendo la definizione NOSTRA di "pensaci su" dal momento che non possiamo fare clinica impartendo lezioni di analisi della domanda.
    Resta il problema di cosa cominciare a dire giacchè il primo incontro è fondamentale perchè definisce i ruoli, simobolici affettivi e organizzativi ecc, ma resta il problema di cosa dire. Dunque, rileggiamo il caso, immaginiamo di stare di fronte alla donna. Dobbiamo necessariamente scegliere se il nostro obiettivo sia quello di riconvincersi della bellezza del matrimonio o se tradire e andare con l'amante, prima ancora di porci come obiettivo quello di risolvere il suo problema di decisionalità. E' stupido pensare di non dover fare questa scelta per mantenere una presunta neutralità, perchè seppure negassimo a noi stessi razionalmente di dover prendere parte, agiremmo inconsciamente lo stesso per favorire l'una o l'altra possibilità, in base alle nostre esperienze, ai nostri valori e a alla nostra storia. Per cui è molto più logico scegliere consapevolmente, filtrare, riformualre e non agire.
    In questo caso scegliere come obiettivo iniziale il ricongiungimento col marito.
    Stando a quello che dice, non posso sapere se ne ha già parlato con qualcun'altro, magari non l'ha detto a nessuno perchè provava vergogna
    Per cui esordirei "Lei ne ha già parlato con qualcuno?" se risponde si," Cosa vi siete detti?"
    se risponde no, possiamo fare l'ipotesi che se tira fuori tutto può autoconvincersi che tornare col marito sia la soluzione più saggia.
    Spesso basta far parlare una persona per far emergere tutto il vissuto rimasto "nelle trippe" al fine di renderlo tangibile, esterno, comprensibile . Inoltre il tirar fuori puù lenire l'ansia che il tenere dentro necessariamente comporta.
    Ovviamente se risponde di si, cioè se ne ha già parlato, probabilmente il caso è più difficile dell'altro. Questo secondo me per quanto concerne l'inizio.
    Bene ho scritto abbastanza, c'è molta carne al fuoco. E' la prima volta che provo ( e si prova) a fare un'analisi scritta della risposta. Per cui posso aver scritto cazzate ; ). A voi...

    By Anonymous kekko, at 8:56 PM, maggio 01, 2007  

  • bene bene bene...
    trovo interessante la proposta del kekko, infatti, invitare la donna a parlare ancora, a dire se ne ha parlato con qualcuno, è un ottimo pretesto per ascoltare la sua narrazione e comprendere quale sia la sua posizione all'interno di questa situazione.
    attenzione però: evitiamo di cadere con tutto il carro nella prappola di bob, trappola volta ad evitare di trattare il problema del "come sapere come fare". infatti il punto è proprio questo. non tanto dire cosa farei io e cosa faresti tu, quanto individuare dei criteri per capire come capire cosa fare, una riflessione ad un livello meta rispetto al più semplice cosa fare.
    il kekko si avvicina ad esporre un criterio nel momento in cui dice: io faccio così, poi SE lei dice si io proseguo così ecc.
    questo è osservazione del feedback, resta da chiarire
    a) come fa la teoria a portarci a fare x; e
    b) secondo qale criterio si stabilisce che ricevendo un certo tipo di fdbck si possa (o debba?) rispondere in un determinato modo.

    By Anonymous il nemorensico #1, at 9:30 PM, maggio 01, 2007  

  • Ho riscoperto l'esistenza di questo spazio casualmente e mi ha colpito l'articolo sopra proposto.ho letto anche parte dei commenti che ne sono scaturiti e mi è venuto spontaneo aggiungere il mio,un modo di vedere che forse non è emerso.sembra che la tecnica sia presentata dal modello propostoci come qualcosa di negativo,che laddovè si parli di teoria della tecnica,significhi denigrare quest'ultima.mi faceva riflettere questo anche in relazione(dimensione presente nel laboratorio della Sesto,per hci l'ha seguito)alla funzione adempitiva,che apparentemente criticata da un modello formativo propostoci,sembrerebbe inutile e quasi un "nemico" da combattere.ma è davvero cosi?pensare ad una teoria che orienti la tecnica forse non vuol dire negarla,come riflettere l'adempitismo nella nostra formazione non significa condannarlo.penso ci possa essere un'altra strada,ossia la possibilità che riflettere certe dimensioni,possa sostanziarle ed esplicitarne una produttività.emerge l'ipotesi che crede che capire quello che si sta facendo,possa produrre un intervento.allora usare una tecnica,non è incompetenza, lo diventa quando questa non è contestualizzaat e dotata di un interesse nel pensarla.se ciò non avvenisse la nostra professione non avrebbe la possibilità di essere costruita essa stessa ed in grado di costruire a sua volta una committenza.ma troverebbe legittimazione per il solo fatto di esistere:non si cade cosi nella pura diagnosi?forse come studenti in formazione questo sarebbe per noi più comodo,perchè adempiere ad una norma,possedere un sapere che è già istituito,non richiede quella fatica che,però in questo processo penso sia presente.più comodo fare diagnosi e liberarsi dell'implicazione che la relazione con l'altro porta.anche l'idea di fare della nostra professione un collage di tutte le tecniche presenti,penso sia una bella fantasia.vorrebbe dire:ok,faccio un pò di tutto ,ma alla fine non faccio niente.e come se possedere tecniche fondasse la nostra competenza:più so e più sono bravo.ma non è più importante come so e l'utilità che ne ricavo?
    riflettevio inoltre sulla divisione,fatta sopra,degli studenti di questo corso di laurea.si proponeva che critica e che idealizza,nell'idea che sia cosi e basta.io penserei ad un terzo modo ,ossia pensare che il capire scaturisce da un'implicazione,che è altro dall'idolatria proposta.una volta che si è disposti a comprendere e lo si fa,allora si ha la possibilità di avanzare ipotesi.mi sembra la dinamica che si riproduce a volte in questo processo:chi decide di non aderire critica.una critica che appare a- priori ,e che a volte si riproduce sterilmente piochè spesso non accompagnata ad un sostanziale sapere .c'è una differenza che invece il riflettere comporta,una costruttività che la critica annienta.non è detto che chi ha deciso di implicarsi si stia affidando ad un modello,quasi fosse una religione,ma la sta pensando,con tutti i dubbi che produce.non si può entrare con un piede in una stanza e dire che è orribile,se non la si è nemmeno vista bene,lo si può fare solo quando si è entrati dentro e si è osservato.inoltre non credo che carli non abbia convenuto ,nel pensare a questo modello formativo ,obiettivi con noi...è ovvio che c'è una tecnica che lo orienta,ma che non si esaurisce in se stessa,anzi si avvale della nostra capacità di acquisire competenze e di pari passo sperimentarle.io penso che anche in questo modo si possa guardare alla tecnica come indispensabilmente connessa alla teoria,con la possibilità,altrimenti di perdere il senso di ciò che si sta facendo.
    è il mio modo di vedere la professione futura e la mia formnazione attuale nell'idea che anche il confronto sia ,in questo caso, costruttore di competenze.un ulteriore modo per farci pensare e costruire.

    By Anonymous Anonimo, at 7:25 PM, maggio 16, 2007  

Posta un commento

<< Home